Si può fare informazione online senza banner pubblicitari?

9 Aprile 2016

La risposta alla domanda del titolo di questo articolo è: SI’!

Non ci credete? Allora date uno sguardo a BuzzFeed, o a Augusta Taurinorum.

Ma come si fa a fare informazione online senza banner pubblicitari?
Innanzitutto chiariamo che, ovviamente, il problema non tocca i lettori dei siti di informazione (anzi: i lettori non possono che apprezzare), ma riguarda specificatamente gli editori. Chi sono gli editori?

Gli editori sono i proprietari dei siti web di informazione. In altre parole sono quelli che pagano i costi dei siti stessi.
Infatti tutti i siti hanno dei costi. Sia per la produzione (ovvero per chi scrive gli articoli), sia per il fatto stesso di essere online (hosting, sviluppo, ecc.).

Alcuni editori hanno risolto il problema dei costi con le donazioni, come ad esempio Wikipedia (che di fatto è un sito di informazione, anche se non fa giornalismo ma enciclopedia). Tuttavia solo pochissimi siti in tutto il mondo riescono a sopravvivere grazie alle donazioni.

Altri editori puntano alle sovvenzioni pubbliche, che però ultimamente scarseggiano.

Ma la maggior parte copre i costi con la pubblicità. Ecco perchè ci sono così tanti siti di informazione pieni zeppi di banner pubblicitari! Infatti se da un lato i banner pubblicitari consentono agli editori di incassare qualcosa (in modo da coprire i costi), dall’altro con i banner si incassa poco. Anzi: pochissimo!
Pertanto per coprire i costi (soprattutto quelli di produzione) con i banner pubblicitari si finisce quasi sempre per dover imbottire i siti di questi fastidiosi box tanto disprezzati dai lettori.

C’è un’alternativa? Sì, come dicevo prima, prendiamo come esempio BuzzFeed. Se visitate il sito noterete che non ha nemmeno un banner pubblicitario. Eppure vi posso assicurare che i costi li coprono con la pubblicità… Come fanno? Semplice: non usano i banner per vendere pubblicità!

Ma allora cosa vendono. Ecco, questa non è una cosa banale da spiegare: vendono la cosiddetta “pubblicità native” (o native advertising). In altre parole inseriscono la pubblicità all’interno dei cosiddetti “contenuti” (articoli, notizie, video). La cosa è assolutamente legittima, a patto di rendere esplicito e visibile quando un contenuto contiene pubblicità.

La pubblicità native ha infatti diversi vantaggi:

  1. consente di fare a meno dei famigerati e vituperati banner
  2. è una forma pubblicitaria non invasiva, e soprattutto che non provoca alcun disagio al lettore
  3. è una forma pubblicitaria molto efficace, se fatta bene
  4. è molto discreta
  5. può essere molto precisa (o “targettizzata”, come si dice in gergo).

Il native advertising però ha un difetto: è decisamente difficile da fare. Non però nel senso che sia difficile inserire elementi pubblicitari nei contenuti organici: è difficile farla in modo efficace, ovvero scegliendo elementi pubblicitari pertinenti e inserendoli in contenuti di successo. Per questo sono ancora pochissimi gli editori che riescono a coprire le spese con questa forma pubblicitaria.

Se volete approfondire l’argomento leggetevi il post che ho fatto qualche tempo fa in cui spiego con precisione cos’è e come funziona il native advertising.

 

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